Antica Sorgente Baldacchini

- Area Marcello Caporossi -

Situata a nord dell’abitato di Villa San Giovanni in Tuscia, la sorgente Baldacchini costituisce una
importante risorsa idrica. A circa 30 metri a valle dell’antica strada per Vetralla, lambita dal fossetto localmente chiamato dei Povarotti, e poco più a valle dal fosso di Vallozzano, si raggiunge attraverso un ripido sentiero che scende verso valle costeggiando il fossetto e una serie di gradini di antica realizzazione, scavati nel tufo. Ad una altitudine di m. 250 s.l.m. la sua quota è circa 100 metri al di sotto del piano di calpestio medio del paese. Insiste nella proprietà degli eredi Baldacchini, in una zona un tempo destinata a coltivazione orticola e di produzione della canapa ma da ormai decenni in stato di completo abbandono.
Una cospicua quantità d’acqua scaturisce da un cunicolo di probabile origine etrusco-romana (m.0,45 di larghezza x m.1,75 di altezza) scavato nella roccia. L’opera si sviluppa con orientamento esattamente Nord-Sud per m. 10, quindi si dirama; verso Ovest dopo circa 8 metri risulta ostruita mentre nella direzione opposta si insinua nelle viscere del banco tufaceo per m. 100 seguendo un andamento leggermente sinuoso che ricalca lo sperone tufaceo in superficie. Attraverso opere di regimentazione di più recente realizzazione l’acqua, percorrendo una canaletta a cielo aperto, scavata nel tufo lungo il costone, prima di raggiungere una vasca di raccolta di circa 15 mq, alimenta altre due cannelle che, con il loro gorgoglio, in un ambiente ricco di vegetazione spontanea rendono l’intera area un luogo piuttosto ameno. Circa 15 metri leggermente a valle della vasca suddetta, è presente ciò che resta di un fontanile a due vasche, che fino a circa gli anni 60 del XX° secolo doveva essere ancora in piena attività.


Grazie alla disponibilità della famiglia “eredi Baldacchini”, che ha concesso il comodato gratuito del sito, 
sono stati eseguiti i necessari lavori di recupero dell’area rendendola fruibile all’intera comunità locale. Con il recupero e la valorizzazione della sorgente Antiqua Tellus ricostruisce un frammento di  storia della
comunità di San Giovanni di Bieda, oggi Villa San Giovanni in Tuscia. Nel lontano 1884, nel mese di agosto
l’epidemia di colera era già alle porte, e nella seduta consiliare del giorno 29 furono varate norma ancora
più stringenti riguardo alla vigilanza e la cura nella pulizia del paese. Furono effettuati controlli all’unica
 fontana pubblica, un pozzo sito in localita Sassicheta (forse l’antica fonte di età romana), l’acqua risultò
contaminata dal vibrione colerico,  la commissione ne vietò l’utilizzo e dispose la chiusura del pozzo. Tale
provvedimento fu preso “… perché esiste una fontana d’acqua potabilissima non molto lungi dal paese
”. Giovanni Musolino in -Villa San Giovanni in Tuscia – tipografia Quatrini Viterbo 1983, a pag. 88  individua  tale fontana      in Contrada  Vallozzano, appartenente alla famiglia Baldacchini.
L’opera idraulica, piuttosto singolare in una zona già di per se abbondante di acqua, dovuta alla presenza di fossi dei Povarotti e Vallozzano, risulta di difficile interpretazione. A tale proposito possono essere
formulate diverse ipotesi:
Tenuto conto che la pendenza del cunicolo si sviluppa in direzione Est-Ovest, si potrebbe formulare, con buone probabilità una prima ipotesi e cioè, che possa trattarsi di ciò che rimane della porzione iniziale di un acquedotto che, verosimilmente, alimentava qualche insediamento villa o casa rustica più a valle. La
porzione  con andamento Nord-Sud, quella da cui oggi defluisce l’acqua, in origine doveva costituire un
corridoio di areazione o ispezione dell’acquedotto.  E’ pertanto altamente probabile che la sua realizzazione deve essere messa in relazione al recupero di acqua per uso domestico. Una seconda ipotesi, certamente più suggestiva ma,  per la verità meno probabile,  potrebbe trovare accoglimento nella captazione di acqua a scopo rituale. Si analizza l’intero tracciato del fosso di Vallozzano che con il suo defluire con andamento Est-Ovest, arriva dalla zona del Tempio di Demetra, fino al Tempio di Grotta Porcina.

STORIA

Il secolo XIX senza alcun dubbio rappresentò per l’Europa intera il secolo dello sviluppo industriale, ciò determinò una consistente crescita demografica accompagnata da un importante sviluppo urbano. Il cospicuo incremento demografico, soprattutto nelle grandi città, provocò un sensibile aumento dei rifiuti urbani che, non adeguatamente trattati, costituirono le condizioni ottimali per lo sviluppo di germi patogeni, causa di gravi pestilenze. Il colera dilagò in diverse città europee, e nel corso del secolo si registrarono ben sette pandemie. Sei di queste raggiunsero anche l’Italia: 1835-1837; 1849; 1854-1855; 1865-1867; 1884-1886; 1993.
Le autorità sanitarie ricorsero a particolari provvedimenti per combattere ed arginare il proliferare della malattia che mieteva vittime in ogni dove, la cui causa era allora totalmente sconosciuta. Furono emanate regole che prevedevano rigorosi controlli per impedire l’ingresso nel paese dei forestieri, e al contempo dettate disposizioni per il tempestivo allestimento di lazzaretti ove accogliere i malati, in luoghi distanti dall’abitato. Anche San Giovanni di Bieda che all’epoca contava circa 800 abitanti, fu travolto da funesti eventi. L’Arciprete di allora don Aminto Todini, durante l’imperversare di una epidemia di tifo petecchiale vaioloso, con una lettera datata 2 ottobre 1868 informò il Vescovo della Diocesi Cardinale Eustachio Gonella della situazione emergenziale che riguardava il nostro paese. L’epidemia che era stata preannunziata dalla repentina scomparsa di piccoli volatili, non concedeva tregua e aveva già provocato molti morti non solo in paese, ma anche nei centri limitrofi. Le vittime del morbo dovevano essere seppellite il prima possibile per evitare l’ulteriore diffondersi della malattia, ma il paese non disponeva di un cimitero adeguato e i cadaveri continuavano ad essere seppelliti nella vecchia chiesa di San Giovanni Battista nel cuore del centro abitato. Don Aminto, con quella lettera rappresentò al porporato la necessità di costruire al più presto possibile un nuovo cimitero, anche in ottemperanza alle disposizioni già emanate ormai da tempo. Il nuovo cimitero in località querciole fu costruito nel 1875. Giovanni Musolino nell’opera “Villa San Giovanni in Tuscia”, Viterbo 1993, riporta che l’ultimo defunto sepolto nella vecchia chiesa fu Domenico Baglioni di anni 51 il 21 maggio 1875. La prima deposizione nel nuovo cimitero fu quella della salma di Annunziata Fiorani di Giovanni viterbese, di mesi 16, mentre la prima sepoltura dei defunti locali fu quella di Lucia Valeri, vedova di Marco Carlini di anni 75, il 13 agosto 1875.
Una nuova epidemia, questa volta di colera si abbattè sull’Europa e sul nostro paese nel 1884. Il Sindaco Giuseppe Moretti, avuta cognizione che il morbo si stava estendendo sempre di più, il 16 luglio convocò una commissione municipale di sanità composta da Giuseppe Stefani, Vittorio Stefani e Apollonio Medichini che deliberò le norme di prevenzione, e in caso di necessità l’allestimento di un lazzaretto. Fu individuata una casa colonica di 4 vani messa a disposizione della famiglia Ferri in località “il Casino” da destinare a lazzaretto. Alcuni concittadini dichiararono la loro disponibilità a prestare assistenza ai malati mentre le cure mediche furono affidate al dottor Serafino Raricini. Nel mese di agosto l’epidemia di colera era già alle porte, e nella seduta consiliare del giorno 29 furono varate norma ancora più stringenti riguardo alla vigilanza e la cura nella pulizia del paese.
Rivelatosi poco idoneo, perché umido e scomodo, il luogo scelto in località “ il Casino”, fu individuata una nuova collocazione del lazzaretto presso la chiesa di Sancta Maria ad Nives. La chiesa seicentesca, pur trovandosi in pieno centro abitato risultava facilmente isolabile dal resto del pese, e con il caseggiato annesso di proprietà della confraternita particolarmente adeguato e funzionale. L’assistenza agli uomini fu affidata al volontario Valerio Valeri, mentre per le donne provvedeva Angela Valeri. Inservienti erano Giuseppe e Michele Medichini.
Poichè, dai controlli effettuati anche l’acqua dell’unica fontana pubblica risultò contaminata dal vibrione colerico, la commissione sanitaria ne vietò l’utilizzo e la fontana pubblica venne chiusa. In un documento, citato da Giovanni Musolino nella sua opera “Villa San Giovanni in Tuscia” tipografia Quatrini Viterbo 1983, si rileva che “nella seduta consiliare del 29 agosto 1884con delibera delLa popolazione fu invitata ad utilizzare, per uso domestico, l’acqua della sorgente di un fondo privato in Contrada Vallozzano, risultata indenne da contaminazioni appartenente alla famiglia Baldacchini. La sorgente è situata a nord-ovest del centro abitato lungo il corso del fosso di Vallozzano, a poche decine di metri a valle dell’antica via per Vetralla. Vi si accede tramite un sentiero che costeggia il fossetto denominato localmente dei Povarotti. Una serie di gradini scavati nel tufo vivo scende verso valle per qualche decina di metri e raggiunge il sito che risulta particolarmente ameno, oggi purtroppo, in stato di abbandono.
Un cospicuo flusso idrico scaturisce ancora da un cunicolo scavato nella parete tufacea con andamento nord-sud, forse in età etrusca o romana. L’acqua, dallo sbocco del cunicolo, attraverso una canaletta ricavata nel banco tufaceo raggiunge una vasca di raccolta distante una quindicina di metri, oggi in cattivo stato di conservazione. Circa venti metri più a valle, un fontanile, anche questo in cattivo stato di conservazione, doveva essere alimentato da una condotta autonoma non pervenuta.
Di difficile interpretazione l’imponente opera idraulica, circa un secolo e mezzo fa, si è rivelata indispensabile alla comunità sangiovannese che, grazie alla sua preseza ha potuto superare una grave situazione sanitaria e sopperire alla mancanza di acqua potabile.
Le indagini effettuate sul posto hanno evidenziato che il cunicolo è scavato nel tufo vivo con andamento nord-sud, e si trova circa 100 metri più in basso rispetto al piano di calpestio medio del paese. L’opera che per le sue dimensioni doveva rivestire una cera importanza, dal fondovalle si insinua nelle viscere della collina tufacea delle cosiddette grottine. Il cunicolo misura cm 45 circa di larghezza per una altezza media di cm 180. Percorsi 10 metri in direzione Nord- Sud si diparte verso Ovest, ma a circa 8 metri è interrotto da una frana. Verso Est prosegue completamente libero e termina dopo aver perscorso un centinaio di metri con andamento leggermente sinuoso che ricalca la conformazione tufacea di superficie.
Un’opera impegnativa che impone la domanda del perché e quale fosse la sua funzione. Potendo escludere finalità agricole, dal momento che tra il fosso di Vallozzano e quello denominato dei Povarotti, in quel punto il fondovalle risulta ampiamente irrigato, non rimane che formulare ipotesi più suggestive, e cioè che si tratti di un’opera realizzata al fine di captare acqua per scopi alimentari. Tenuto conto che il cunicolo presenta una pendenza costante con direzione Est-Ovest, potrebbe essere corretto interpretarlo come ciò che rimane della porzione iniziale di un acquedotto, che in età etrusco-romana, andava ad alimentare qualche villa o casa rustica collocata più a valle lungo la direttrice del Vallozzano. Questa ipotesi tuttavia non ne esclude un’altra ben piu suggestiva, e cioè che possa trattarsi di un’opera realizzata a scopi rituali. La ricerca dell’acqua incontaminata, di per se elemento soterioco, suggerisce la necessità di avere a disposizione un quantitativo di liquido purificatore al fine di esercitare cerimonie rituali legati alla madre terra e i suio cicli stagionali, come avveniva nella vicina Macchia delle Valli presso il tempio dedicato a Demetra. Tuttavia ricerche effettuate nelle aree limitrofe volte ad individuare resti archeologici che potessero avvalorare tali ipotesi hanno dato esito negativo.
Mauro Cignini nel “Tacquinio storico” seconda edizione 1983, riporta un tale Giacinto Baldachini tra i coloni che nel XVI secolo pervennero alla Villa di San Giovanni di Bieda a seguito del bando dei fratelli Anguillara. Tuttavia vanno segnalate alcune incongruenze. Nel catasto della Villa di San Giovanni del 1682 disposto da Papa Innocenzo XI non risulta alcuna proprietà riconducibile al cognome Baldachini o Baldacchini, e non vi è traccia di una fontana o sorgente così denominata in prossimità del fosso di Vallozzano. Risulta invece attestata una “Fontana Formica”, cognome attestato a Bieda, ma un tempo anche a San Giovanni collocata, forse erroneamente, alcune centinaia di metri più a valle. E’ probabile che l’origine del toponimo sia da ricercare nel cognome Formica, precedente proprietario del terreno in cui insiste la sorgente. Il successivo passaggio di proprietà alla famiglia Baldacchini ha determinato il conio del nuovo toponimo che però non risulta riportato nelle mappe ufficiali. Grazie alla disponibilità degli eredi Baldacchini e alla sensibilità dell’Associazione Scientifico Culturale “Antiqua Tellus- Centro Studi Mons. Simone Medichini”, oggi l’antica fontana è stata restaurata e riportata al suo antico splendore, e con la sua “Oasi Antiqua Tellus”, fornisce un ottimo punto di sosta per i tanti appassionati del trekking.

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